L’indomani mattina

L’indomani mattina, il sole si era svegliato prima di me.

Non succedeva spesso: solitamente già prima dell’alba il suono della strada, dei pochi uccelli rimasti nei dintorni, o del vicino che si alzava per primo nel palazzo, interrompeva il mio sonno debole.

Non era stato sempre così. Fino ai 50 anni dormivo bene. E più ancora nel periodo del lavoro duro, alla fabbrica di lampadine. Filamenti e bulbi, così leggeri ma tanto numerosi.

Mi sentivo sazio, andavo a letto e aspettavo con attenzione l’arrivo del sonno. Era un appuntamento con un amico; meglio, con un complice. Senza parola d’ordine, mi facevo prendere, e sparivo per chissà quanto tempo.

Adesso, dopo che i miei occhi si sono spenti, come candele soffocate, non ho più bisogno di quel tipo riposo che tu libera dai sospetti e dai timori velati.

Quando da giovane mio nonno mi raccontava delle sue notti insonni io non gli credevo. La vecchiaia, diceva, ti toglie il desiderio di dormire; e se non ti togli e il desiderio, ti togli la forza di dormire.

E io, scettico, “la forza di dormire?”. La forza, sì, il coraggio. Di addormentarti, una delle ultime volte, o magari – chi può rassicurarti davvero? – l’ultima.