Tu non mi conoscevi

Tu non mi conoscevi, quando eravamo pochi. Quando l’universo arrivava lontano, quando oltre il bordo c’era l’infinito, e dopo l’infinito un altro bordo. Quando cercarsi era un atto d’amore o di sfida, e trovarsi era la fortuna per la vita o l’ultima impressione prima della fine.

Allora anche il tempo non aveva senso, e il giorno e la sera, parole inventate da altri, sembravano come i nomi di paesi lontani, che non conosci, non ricordi, e in fondo sospetti che non esistano. La luce che passava non si fermava, non rifletteva, ma si scioglieva e scompariva, un suono discreto e leggero.

Quando eravamo pochi il pensiero non era complesso, e la verità non valeva molto.

Parlare non era rivelare; tacere non era prudenza. E i segreti, segreti della notte, segreti che ora non si dicono per non farli realizzare, e che quasi non si pensano, per troppo sospetto, i segreti avevano un suono sibilante, rumore di ghiaia che si mescola, come lunghi ragionamenti.