Lo so. Lo so. Lo so.

Lo so. Lo so. Lo so, adesso si avvicina e mi fotografa. Anzi, lo fotografa. Il gatto, non me. E scommetto che la sua stupida foto avrà anche un titolo che più o meno ruffianamente allude al gatto, o ala gatta, o ai gatti, o alla gattosità, o a qualunque mostruosità lessicale cominci per “gatt-“. Tutto fuorché a me.

Per lui, il primo piano di una foto non è il punto principale, no, lui cerca l’effetto sorpresa, cerca il sofisma visivo, anzi l’arguzia grafica; vuole fare il fotografo superbo, quello che “il soggetto non è niente, è il fotografo che si rivela nella foto…”. Barocco e puerile. L’allusione, l’intenzione… Lo conosco troppo bene.

Ed è altresì chiaro che il suo non meno di lui fanatico pubblico, guardando questa foto, esulterà come se fosse tutto composto da ragazzine adolescenti, in delirio alla vista di ogni animale, in proporzione diretta al numero di peli e inversa alla dimensione.

Ma io rivendico la mia esistenza, e affermo: la foto non raffigura un gatto se non come disturbo grafico.

Raffigura me: la Zampa.